Pubblicato in: Pensieri sparsi

Ad ognuno il proprio mestiere

La teoria del “e che ci vuole a farlo” o del “posso farlo anche io” può fare molti più danni di quanto uno possa pensare.

Vi capita mai di andare gironzolando per i mercatini artigianali e vedere delle sciarpe, cappelli e guanti realizzati interamente a mano? Sono di una morbidezza unica e di una bellezza indescrivibile! Poi, però, guardate il prezzo e dite (magari anche ad alta voce) “me li posso fare benissimo anche io” oppure “me li faccio fare da mamma/nonna mi costerebbero di meno”! Oppure, ripiastrellate casa con l’aiuto di vostro cugino o amico, giusto per risparmiare o anche: chiedete a vostro nipote di curarvi la grafica di una determinata cosa, “tanto con word, che ci vuole”.

Ormai non viene più riconosciuta la professionalità.

I giorni persi ad investire su se stessi, studiando, informandosi, affinando le tecniche e cercando di crearsi una identità non vengono riconosciuti soprattutto, se si tratta del mondo “creativo”.

“Non chiamo il fotografo, tanto c’è zio Tizio che fa delle belle foto” se non fosse che, nelle foto più belle, la messa a fuoco puntava il palo e non il bambino che ride. “ho comprato la lana di terzo ordine, ora mi faccio un bel cappello” e poi scopri che il filo si spezza in continuazione e non è morbida come quello che avevi visto al mercatino, per non parlare del risultato.

Quando la smetteremo con questa mentalità, ed iniziassimo a riconoscere il lavoro altrui, forse, qualcosa cambierebbe sul serio.

Il lavoro del creativo (sia come grafico, sia come artigiano) merita di essere riconosciuto come tale e non come “lo posso fare anche io” oppure “ti pago (se ti pago) quando ce li ho!” equivarrebbe con l’andare dal macellaio, e dire “mitico, la carne che presi la scorsa settimana era ottima! Si, è vero che non ti ho dato i 58€ che ti devo, ma ti sto facendo pubblicità tra i miei amici!” Secondo voi, il vostro amico macellaio, cosa vi farà?

“Ad ognuno il proprio mestiere” significa riconoscere nell’altro un lavoro di cui non si è in grado di fare e ricompensarlo per questo.

Come sarebbe il mondo, se tutti fossimo medici, avvocati, giudici, maestri, direttori, architetti ecc…forse un po’ come questo: sarebbe stressante e caotico.

Non sarebbe meglio iniziare a mettere ordine, e riconoscere nell’altro la sua professionalità?

 

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E' tutta una questione di libertà

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