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I 3000 di Auschwitz

Tra i tanti benèfici dello scrivere ce n’è uno che è particolarmente terapeutico: il mettere “nero su bianco” permette di liberarci dei pesi che ci portiamo dietro e che sono più grandi di noi.

Scrivere, possibilmente con carta e penna, ci aiuterebbe a dire cose che non diremo mai a voce grazie, anche, alla possibilità di scegliere e vedere fissate le parole utilizzate.

Quando il problema è l’aver vissuto un paragrafo di storia tra i più brutti, che l’umanità abbia mai vissuto, quelle pagine hanno il dovere di essere affidate all’altare della Conoscenza per essere divulgate.

Probabilmente è questa una delle ragioni che ci spinge a pubblicare libri/verità, visto che non ce ne sono pochi, ed “I 3000 di Auschwitz” è uno di questi.

Mappa_3000Il libro inizia nel modo più innocente possibile: in un piccolo borgo dell’Ungheria orientale

“… ero una bambina e venivo spinta solo dalle emozioni che colmavano il mio giovane cuore: per me, Nyírbátor era casa.”  

Una famiglia a maggioranza femminile che viveva l’ebraismo, tra persone non ebraiche

“Ci divertivamo insieme e questo era l’importante.” 

Anche se in quel periodo, in alcune zone d’europa c’erano già i ghetti, loro non erano ancora stati costretti ad isolarsi. leggendo vari libri sull’argomento, si viene a comprendere come, questo terribile fenomeno, sia esploso in maniera diversa tra le varie nazione ed, all’interno della stessa, come si sia sviluppato in maniera variegata tra le città e le periferie/campagne. (Cosa che si verrà a scoprire verso la fine della seconda metà del libro).

La prima metà del libro si concentra proprio sui primi 16 anni di vita dell’autrice: la scuola, gli amici, l’educazione e la famiglia. Fino al 19 marzo 1944 (cap 9) quando, la madre,

Corse ad aprire la porta, con me alle calcagna. Mishi era in piedi sulla veranda, il volto una maschera di terrore <<Zia Boeske, i tedeschi!>>” .

Il 21 di aprile tutte le famiglie ebree di un piccolo borgo ad est dell’ Ungheria furono riunite per marciare verso il ghetto più vicino per poi, di nuovo, camminare verso la stazione dove li attendeva un treno con delle carrozze di legno scolorite, orizzontali: 70 persone per carrozza, per tre giorni di viaggio.

“Aprirono le porte scorrevoli di ogni carrozza, l’interno ci lasciò sconvolti: non c’erano posti a sedere e puzzava da morire.”

Un libro che racconta i fatti per come sono andati, senza odio o rancore, semplicemente per come si sono svolti: Auschwitz, lo smistamento, la rasatura, i lutti, “la marcia della morte” per scavare trincee; i russi ed il rientro a casa; in poche parole: sopravvivenza.

Di circa 3.000 persone, a Nyírbátor, rientrarono  in 130.


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E' tutta una questione di libertà

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